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L’AI può produrre arte?

Perché se ci arrabbiamo non è per l’estetica
22 maggio 2026 di
L’AI può produrre arte?
Linda Chiodi

È di maggio 2026 un post virale su X (ex Twitter) che mostra quello che dovrebbe essere un fac-simile di un quadro di Monet e chiede alla community di spiegare perché sia inferiore ad un vero Monet. Le risposte citavano il colore, la composizione, la mancanza di anima. Peccato che quello nell’immagine fosse un vero Monet, uno dei numerosi quadri della celebre serie di ninfee.

Scorrendo il thread, fra bias di conferma e cherry picking, non si può fare a meno di notare una certa rabbia: non solo il presunto finto Monet è inferiore, è addirittura “bullshit” (”stron****a”) e “turd” (”ca**a”). Da questa osservazione, sorgono tre domande: perché ci arrabbiamo tanto all’idea che l’AI possa produrre arte? Ma l’AI può produrre arte? E quali sono le nostre aspettative nei confronti dell’arte?

Prima di rispondere, però, c’è una questione preliminare da affrontare: cos’è l’arte?

L’impossibilità di una definizione univoca di arte.

Il tema della definizione dell’arte è ancora aperto e probabilmente (e auspicabilmente) lo sarà per sempre. Non essendo questa la sede per un trattato onnicomprensivo sul tema, ci limiteremo ad individuare alcune macrocategorie in cui si possono raggruppare le definizioni date nel corso dei secoli. Queste macrocategorie saranno le coordinate per orientarci nel nostro ragionamento.

Arte come rappresentazione o mimesis

Nella tradizione occidentale, è Platone il primo a definire l’arte come una rappresentazione (in greco mimesis) della realtà. Nel caso di Platone questa definizione sottende un non apprezzamento dell’arte in quanto qualcosa di diverso e lontano dalla realtà. Dopo di lui, Aristotele ribalta il valore di questa definizione sostenendo che le opere che imitano la realtà ci offrono una chiave di comprensione della stessa ed ha effetto catartico sull’animo umano.

Da qui questa definizione attraversa i secoli e trova sbocchi particolarmente floridi nell’arte visiva rinascimentale, che per la prima volta si dedica con cura scientifica allo studio del corpo umano e della prospettiva.

Un spostamento si ha con l’Impressionismo che si ripropone sì di rappresentare la realtà ma non più quella oggettiva ma quella soggettiva dell’individuo.

La definizione di arte come rappresentazione entra poi definitivamente in crisi con le avanguardie novecentesche che decostruiscono le forme (basti pensare a Picasso).

Questa concezione di arte comunque non viene meno e ancora in tempi recenti ci sono autori (come ad esempio Wollheim e Walton) che definiscono le loro teorie attorno a questa definizione.

Arte come espressione e comunicazione

Il più noto esponente di questa corrente di pensiero è probabilmente Tolstoj che nel suo saggio Cos’è l’arte? formula l’idea che l’arte si basi su una trasmissione di un’emozione dall’autore al fruitore. In altre parole, l’arte è quello strumento che una persona utilizza per catturare e descrivere un proprio stato d’animo e trasmetterlo ad un’altra persona.

In Italia, nella stessa macrocategoria, troviamo Croce e Eco. Particolarmente celebre è una citazione di Eco che afferma:

C’è una sola cosa che si scrive solo per se stesso, ed è la lista della spesa. Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno.

L’arte come estetica

Questa corrente definisce l’arte sulla base dell’estetica, ossia della bellezza formale dell’opera e/o del piacere che provoca in chi ne fruisce. Ovvero, ciò che discrimina l’arte è il suo valore estetico e formale.

Kant basa la propria definizione di arte sull’estetica (che ha valore di per sé e non ha altro scopo), includendo anche elementi della teoria dell’arte come espressione nel momento in cui afferma che il bello favorisce anche la comunicazione sociale.

In tempi più recenti, Monroe Beardsley definisce l’opera come un oggetto estetico. L’arte è tale perché ha la capacità di produrre un’esperienza estetica, ossia un’esperienza completa focalizzata su un oggetto che è in realtà anche ciò che controlla l’esperienza stessa.

L’arte come parte dell’artworld

In tempi più recenti si è fatta strada l’idea per cui l’arte non possa essere definita sulla base delle sue proprietà intrinseche e debba essere invece definita sulla base del fatto che poggi o meno su teorie, narrazioni, istituzioni o pratiche collettive (l’artworld).

Questa teoria nasce quando il critico Arthur Danto si trova davanti alle Brillo Boxes di Andy Warhol: una serie di sculture che riproducono le scatole di pagliette del marchio Brillo. È evidente che il concetto tradizionale di arte è venuto meno, perché Warhol riproduce qualcosa che si trova in qualsiasi supermercato americano. Ecco allora che Danto vede in Brillo Boxes una nuova era in cui qualsiasi cosa può diventare arte e, pertanto, l’arte stessa non può essere definita sulla base del proprio valore estetico e formale. Le Brillo Boxes sono arte per il concetto sotteso ad esse, non per la loro forma.

In questa teoria, è fondamentale il rapporto con le istituzioni, soprattutto per il filosofo George Dickie: le istituzioni sono le entità che forniscono gli strumenti concettuali su cui si basa l’arte e, allo stesso tempo, riconoscono un manufatto come arte.

L’arte come comportamento umano universale

Una teoria che vuole uscire dagli schemi dell’arte occidentale e includere forme d’arte di diverso tipo è quella che definisce l’arte come un comportamento umano con basi biologiche e socialmente funzionale. In questo contesto, il manufatto artistico è secondario rispetto all’atto della produzione artistica.

Non è un caso che questa teoria sia stata formulata per la prima volta non da un critico o da un filosofo ma da un antropologo, Franz Boas, che definisce l’arte come un’attività umana universale e rifiuta il concetto di progresso legato all’arte: i lavori delle civiltà non occidentali non sono inferiori ma sono il frutto di specifiche credenze, dei materiali disponibili e delle necessità espressive di determinate culture.

In tempi più recenti, l’etologa Ellen Dissanayake racchiude sotto l’ombrello dell’arte qualsiasi attività che consista nel rendere straordinario l’ordinario: un’attività praticata da tutte le persone in tutte le culture e in tutti i tempi.

Ma di cosa abbiamo bisogno oggi?

Ogni macrocategoria di definizione mette in luce aspetti interessanti e ne lascia in ombra altri. Ma forse, più che analizzare punto per punto ognuna dove regge e quali falle abbia, è più utile farci un’altra domanda, che ci riporterà poi anche al punto di partenza: di cosa abbiamo bisogno, oggi, dall’arte? In altre parole, quale definizione di arte risponde meglio alle aspettative e alle necessità di chi ne fruisce?

Per rispondere a questa domanda, uno spunto ci viene dato proprio dalle reazioni che, in varie occasioni, le persone hanno avuto davanti all’arte prodotta tramite AI.

Una l’abbiamo già vista nell’introduzione, per quanto si trattasse in realtà di un inganno: l’idea che l’AI possa imitare la produzione artistica provoca rabbia.

Un altro spunto interessante viene da vari studi che arrivano più o meno tutti alla stessa conclusione: la maggior parte delle persone fa fatica a distinguere arte prodotta dall’AI da quella prodotta da un essere umano; eppure, quando si rivela quale è l’arte prodotta dall’AI, il giudizio morale cambia: le persone tendono a prendere le distanze.

In ultimo, episodi aneddotici ma probabilmente familiari alla maggior parte di noi (se non a tutti): chi non ha mai sentito qualcuno lamentarsi di tutte queste creazioni tramite AI (immagini, video, testi) o, magari, si è lamentato in prima persona?

Insomma, è evidente che l’idea che l’AI possa fare arte ci trova ostili. Ed è qui che ci tornano utili le teorie sopra elencate per capire perché, soprattutto le prime due.

Le moderne tecnologie soddisfano molto bene il bisogno di rappresentazione: a torto o a ragione, crediamo di avere numerosi strumenti che ci mostrano altre realtà. Fotografie, film, social media: tutti collaborano all’ampliamento del nostro orizzonte della realtà. Si potrebbe discutere del fatto che non tutti i film e tutte le fotografie sono arte, e di sicuro non è arte la maggior parte di ciò che vediamo sui social media. Resta comunque il fatto che il nostro bisogno di vedere rappresentazioni della realtà è ampiamente appagato.

Al contrario, ciò di cui c’è carenza nel mondo odierno è il contatto umano: si parla ormai apertamente di loneliness epidemic e ciò ci offre una chiave interpretativa interessante su questa rabbia che ci assale quando vediamo l’arte (o la supposta tale) generata dall’AI: ci aspettiamo un contatto umano, di vedere in azione i sentimenti di un’altra persona, non di una macchina. Quando ci viene rivelato che un’opera è stata prodotta con l’intelligenza artificiale ci sentiamo ingannati perché dietro non ci sono un vissuto, dei sentimenti, uno sforzo: tutte esperienze ontologicamente umane e che ci fanno sentire in connessione con l’autore.

Anche la teoria dell'artworld offre uno spunto difficile da ignorare. Se l'arte esiste in quanto riconosciuta da istituzioni e pratiche collettive, la domanda si sposta: siamo disposti a estendere quel riconoscimento all'AI? La resistenza che proviamo non è forse, in fondo, anche il rifiuto di ammettere un nuovo tipo di autore nel club? Sul piano puramente estetico, d'altra parte, è difficile negare che certi output generativi abbiano un valore formale reale. Il punto non è che siano brutti. È che la bellezza formale, da sola, non basta a soddisfare ciò che cerchiamo nell'arte. Quanto alla teoria di Dissanayake (l'arte come atto umano universale di rendere straordinario l'ordinario) si apre uno spiraglio interessante: l'atto creativo, anche quando passa attraverso uno strumento artificiale, resta in ultima istanza umano. Ma solo a patto che l'autore sia davvero presente nel processo, e non si limiti a delegarlo.

D’altronde, è fondamentale distinguere fra opera e autore: se l’opera di un’intelligenza artificiale può indubbiamente essere formalmente valida, è da discutere quale sia il livello di intenzionalità dell’autore. Può una riga di prompt essere definita intenzione? Probabilmente no, poiché da poche parole si genera un’opera in cui molto è dato dal contesto del modello generativo, più che dall’intenzione dell’autore. Esiste però uno spettro: a un estremo c'è chi genera un'immagine con una parola e la pubblica; all'altro c'è chi usa l'AI come si usa un pennello e con cognizione di causa. Nel secondo caso, l'intenzione autoriale è presente, anche se lo strumento è artificiale. Non è poi così diverso da un fotografo che lavora con la macchina fotografica e luce disponibile: lo strumento non annulla l'autore, ma lo ridefinisce. La domanda vera, allora, non è se l'AI possa produrre arte in astratto, ma in quali condizioni d'uso essa diventi uno strumento artistico e in quali resti solo un generatore di immagini.

È in ogni caso chiaro che l'aspettativa di chi fruisce d'arte è che dietro all'opera ci sia una chiara volontà dell'autore, data dalla sua esperienza e dalla sua umanità, perché questo è ciò che soddisfa un bisogno di connessione, un bisogno profondamente attuale. Torniamo allora al post di maggio 2026 e al Monet autentico spacciato per una copia generata da una macchina. Quella rabbia ha ora un nome più preciso: non era una valutazione estetica. Era una reazione emotiva alla percezione dell'assenza di un essere umano dall'altra parte. Una percezione, in quel caso, del tutto infondata.

Può l'AI produrre arte? Dipende da quale definizione adottiamo. Sul piano formale ed estetico, spesso sì. Sul piano dell'espressione e della comunicazione umana la risposta è più complessa e dipende da quanto l'autore sia ancora presente nel processo. Forse la domanda più onesta non è se l'AI possa fare arte, ma se noi siamo disposti a riconoscerla come tale. E per ora, la risposta sembra essere no: non perché l'AI non sia capace, ma perché noi abbiamo bisogno che dietro a un'opera ci sia qualcuno.

Ci possiamo fidare dell’AI come guida nei musei?
Risposta breve: sì, ma solo con le dovute accortezze.
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